Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

sabato 5 maggio 2012

Quando commerci che detective sei?

Ha notato qualcosa?
A volte i romanzi gialli fanno arrabbiare. Il momento irritante è quando il detective intelligentone interroga i testimoni sulla scena del fattaccio.
Esattamente quando l'investigatore chiede: "Ha notato qualcosa di insolito?". Ma benedetto detective, sei da vent'anni in polizia, ne hai viste di cotte e di crude, e vai a chiedere alla massaia se si è accorta di qualcosa di strano? Probabilmente avrà notato che al supermercato il banco dei freschi non ha più le arance, o che suo marito ha il colletto della camicia sudicio! Se la malcapitata casalinga si fosse davvero accorta di un elemento sospetto, avrebbe chiamato la polizia prima che il delitto avvenisse.
Diavolo, magari è una di quelle che chiama i vigili persino quando il vicino innaffia troppo le piante.
L'agonizzante mondo delle reti commerciali è pieno di detective cervelloni. Conoscono tutte le domande idiote e ad ogni crisi sciorinano il repertorio.
Sentite questa vicenda. La nostra azienda di materassi e la sua rete di affiliati si trovano a fronteggiare la più grave crisi della loro storia: a causa di ridotte disponibilità economiche, il tempo medio per la sostituzione di un materasso è salito da 10 a 20 anni. Il giro d'affari crolla, i magazzini sono pieni di invenduto.
Perché non si vende?
Ecco entrare in azione i detective cervelloni dalle domande inutili. I responsabili commerciali dell'azienda aumentano i premi obiettivo, alzano la pressione sulle vendite e chiedono ai loro affiliati: "perchè non vendete?". Dannazione, se lo sapessero ci penserebbero loro a piazzare i materassi come hanno sempre fatto!
Idem gli affiliati. Si recano dai responsabili della casa madre e chiedono: "perchè non fate nulla per aiutarci a vendere questi prodotti?". Orpo, se costoro avessero idea di come agire, si sarebbero già mossi.
Ecco il nocciolo del problema e la partenza per la soluzione. Le idee. Occorrono al detective del giallo e occorrno a chi commercia.
Si potrebbe per esempio creare un'alleanza con i produttori di letti per vendere il materasso in promozione con l'arredo. Oppure investire in ricerca e sviluppo per inventare il materasso rinfrescante per l'estate. O ancora promuovere una rottamazionespingere un'iniziativa sul web per sensibilizzare le persone sul benessere di un materasso nuovo, illustrando in quali modi si ricicla il vecchio.
In tutti i casi la risposta arriva dall'analisi e dalla creatività, mai dalle domande scontate.
Analizza, pensa, crea
Sherlock Holmes non poneva mai domande banali dalla risposta immediata. Raccoglieva i fatti, li elaborava con calma (è vero, aiutandosi anche con sostanze stupefacenti) e poi deduceva.
Elementare Watson, ma non tanto...


alessandro.giuriani@gmail.com
Adori i cattivi? Visita il blog Elemento di disturbo



Il talento vero è possedere le risposte quando ancora non esistono le domande.
(Alessando Baricco)

domenica 22 aprile 2012

Libertà e materassi: il dilemma delle reti commerciali

La libertà è dura gestirsela. E per di più quando ce l'hai, non sai cosa fartene. E' la tesi - paradossale di questi tempi - di un affascinante romanzo di Jonathan Franzen intitolato appunto Libertà.
I suoi personaggi - padre, madre e figlio e amico musicista - riescono ad ottenere uno spazio pressoché illimitato da legami familiari, vincoli economici e persino convenzioni sociali.
Dopo averci sguazzato, ognuno di loro ritorna spontaneamente agli stessi comportamenti di prima, pur non essendoci per nulla costretto.
Un po' come se essere liberi sia semplicemente un'altra strada per approdare alla medesima realtà dalla quale ci sentiamo soffocati.
Esiste un'applicazione reale di tutto questo nel commercio.


Un'azienda impone alla sua rete di affiliati un prezzo fisso a cui vendere sul mercato un determinato bene. Per comodità diciamo un materasso.
I commercianti affiliati si lagnano che, se lasciati liberi di decidere il prezzo, saprebbero mettere sul mercato le stesse quantità di quel materasso ricavando un maggior guadagno.
A quanto li vendi?
La motivazione è la seguente: ogni singola trattativa risulterebbe più redditizia se ci fosse libertà di contrattazione sull'importo del materasso da vendere al cliente.
Un giorno l'amministratore delegato dell'azienda cede alla sua rete di affiliati uno stock di materassi e li lascia completamente liberi di venderli al prezzo che vogliono.
Ciò che accade in seguito ha dell'incredibile: la rete di affiliati mette sul mercato questi materassi praticamente al medesimo prezzo di prima!
Cosa è successo? Una cosa semplicissima. Ogni commerciante ha paura di essere più caro del vicino, si informa sui prezzi che questi pratica e vi si adegua. Alla fine ne risulta un valore uniforme per ognuno dei materassi dello stock.
Liberi liberi siamo noi, sì ma liberi da che cosa? Cantava Vasco.
In economia questa canzone si chiama concorrenza perfetta


alessandro.giuriani@gmail.com
Troppa gente buona intorno a te? Visita anche il blog Elemento di disturbo


La concorrenza è la vita del commercio e la morte del commerciante.
(Elbert Hubbard - scrittore)















martedì 10 aprile 2012

Baita Fai da Te n. 6: conserva il burro senza frigo!

99 anni fa l'Ingegner Ghersi uscì con la quinta edizione del suo Ricettario domestico edito da Hoepli, un incredibile prontuario su tutto ciò che poteva essere utile nella conduzione di una casa.
99 anni dopo, nel 2012, il professor Latucci decide di mettere in pratica le teorie del suo quasi omonimo professor Latouche di Parigi sulla decrescita serena. 
Latucci si ritira in una baita in collina e stabilisce di vivere seguendo i principi di rivalutare, ridurre e riutilizzare. Il Ricettario domestico vecchio di un secolo sarà il suo manuale per risolvere le problematiche che ogni giorno gli si presentano.
Ieri il malgaro che pascola le mucche gli ha portato per Pasqua un chilo di burro candido e fresco. Come fare per conservarlo? Latucci non intende usare diavolerie moderne come frigorifero o congelatore, ma nemmeno lasciare che il burro fragrante divenga rancido.
99 anni fa il Ghersi raccomandava di fare così:


Si dispone il burro preparato di recente e ben asciugato in vasi di maiolica, comprimendolo a  mano in modo che non restino spazi vuoti. 
Si mettono questi vasi a bagnomaria, facendo attenzione che l'acqua non penetri, e si fa fondere il burro. 

Si leva la pentola dal fuoco e quando l'acqua è fredda si ritirano i vasi. Così preparato il burro può conservarsi sei mesi freschissimo, poiché l'inacidamento è prodotto dal siero, che con detta operazione si raccoglie in fondo ai vasi anziché rimanere diffuso nella massa del burro. Naturalmente il burro deve essere tolto dai vasi, separato dal siero, asciugato e riposto in luogo fresco.

alessandro.giuriani@gmail.com
visita e commenta anche il nuovo blog Elemento di disturbo
La teoria è quando si sa tutto e non funziona niente;
la pratica è quando tutto funziona e nessuno sa perché.
Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c'è niente che funzioni e nessuno sa perché!
(Albert Einstein)




giovedì 16 febbraio 2012

Baita del riutilizzo n. 4: dagli elettrodomestici al micro-eolico

Il Blog di Lucia Navone, sempre ricco di notizie che riguardano il mondo delle energie alternative, ci propone una Baita del riutilizzo sociale dagli esiti però ancora incerti.
Il sol dell'avvenir
Vale la pena dare un'occhiata a questa vicenda, volete?
I nomi in questione sono luminosi, ecologici e lucenti. Tutti richiamano il sol dell'avvenir, forse per distoglierci daI cumulonembi dell'oggi. Sentiteli.
1) L'ANTENATO: ELECTROLUX, storica azienda svedese produttrice di elettrodomestici che decide di abbandonare la produzione a Scandicci (FI).
2) L'EREDE SCAVEZZACOLLO: ITALIA SOLARE INDUSTRIE (fabbricazione di pannelli solari), che prende in consegna l'impianto al grido di "dopotutto non bisogna fare troppi conti", come proclama l'amministratore delegato nel video della trasmissione su Rai Tre. E infatti fa spendere 3 milioni di Euro alla Regione Toscana per la formazione degli operai (ma cosa gli insegnavano? a tagliare diamanti?) per poi mandarli tutti in cassa integrazione.
Il sindaco giovane e bello
3) IL SINDACO GIOVANE E BELLO  di Scandicci, che stabilisce insieme ai suoi colleghi dell'area fiorentina che ci dovranno essere pannelli solari in ogni comune, in modo da aiutare Italia Solare Industrie con commesse garantite ed ecologiche. Sempre nel mitico video di Rai Tre dichiara che questo sì che è "fare sistema". Beh, un bel sistemino di quelli da bar, visto che dal 2009 più di 300 operai sono disoccupati.
4) I NUOVI ANGELI dai nomi di cherubini: EASY GREEN, EN-ECO, SOLAR LIGHT ENERGY. La cordata di queste tre imprese è subentrata a ITALIA SOLARE e darà vita al progetto KM VERDE, assumendo quasi tutta la forza lavoro in cassa integrazione di Scandicci.
Cosa si produrrà? Pannelli solari, fotovoltaico flessibile e microeolico.
Chissà se questa è la volta buona, in attesa di verificarlo mi permetto di dare due consigli non richiesti agli operai:
1) pensare che un'azienda non ricerchi extra-profitti spostando le produzioni là dove costa meno è un'illusione che non regge alla prova dei fatti. Per cui, ragazzi, inventatevi un piano B intanto che siete in tempo e avete finalmente uno stipendio.
2) mutande di ghisa. Sempre.


alessandro.giuriani@citroen.com
Ti è piaciuto? Dillo a un amico!
Se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non essere sorpreso se produci disoccupazione.
(Milton Friedman)

domenica 12 febbraio 2012

Baita dell'auto n. 1: nuovi modelli e vecchi cervelli

Concessionaria deserta? Chiediti perchè
Oggi il lancio di una nuova automobile assomiglia ad un party di ottantenni che ascoltano Claudio Villa e si lamentano dei gusti musicali di oggi.
Nei saloni delle concessionarie si consumano eventi logori con le stesse patatine e le stesse facce da anni. Venditori rimpannucciati per l'occasione si chiedono: perchè non entra nessuno eccitato per la nostra nuova macchina?
In effetti qualche osservazione in proposito ci sarebbe.
LA SINDROME DEL "S'HA DDA FFA'": siamo ad un punto in cui il lancio di un nuovo prodotto è divenuto un elenco di caratteristiche tecniche con un prezzo e uno slogan. Non si evoca una crociata, non si grida a una chiamata alle armi, ma si pianificano azioni e numeri di vendita.
E questa come la chiamiamo?
Gli ultra-quarantenni si ricorderanno il famosissimo claim "Porte aperte alla Renault", così diffuso da essere esteso nella descrizione anche delle nostre amiche di facili costumi.
E oggi? Modelli lanciati in continuazione e definiti con perifrasi incomprensibili (crossover, citycar, SUV Light).
Si vorrebbe dal pubblico un'ovazione, ma è più facile che si ottenga una mesta richiesta di finanziamento a tasso agevolato.
Cosa ne pensate di cambiare strategia? Magari abbinare un'utilitaria ad un'insegna di Centri Commerciali oppure legare una Monovolume ad un cartone animato che evochi la famiglia?
LA SINDROME DELL'OMBELICO: il mondo dell'auto è terribilmente autoreferenziale e ama guardare solo il proprio ombelico. Proliferano versioni che differiscono di un nonnulla, aumentano i modelli, le riviste li citano come fosse ovvio conoscerli tutti. Risultato: il cliente ha una gran confusione e non distingue più nulla.
Un parente mi ha descritto la macchina che desiderava con gesti e grugniti da pitecantropo. Proprio non si ricordava il nome, era disperato e vi assicuro che non è uno sprovveduto.
Spiacente per chi fa marketing, ma ci sono troppi modelli di auto che si sovrappongono: lo sforzo di creare una nicchia di mercato per ognuno ha come risultato che il pubblico si perde completamente.
127 Rustica (altro che SUV)
Sogno di notte la chiarezza lampante di una 600 giardinetta, di una 2 Cavalli, di una 127 Rustica o di una Ritmo Palinuro.
Si torna al vintage con gli abiti, perchè non provare a farlo con i nomi delle auto e le strategie di lancio?
Senza un cambio di strategia temo che l'alternativa sia trasformare l'auto in un prodotto da grande distribuzione, con buona pace di patatine e San Bitter nei saloni.






alessandro.giuriani@gmail.com
Ti è piaciuto? Dillo a un amico!
Il fascino dell'automobile è questo: si è eroici, ma da seduti.
(Anselmo Bucci - pittore anni '30)

domenica 15 gennaio 2012

Economics Baita n. 1: di cosa è responsabile un'impresa?

Domanda secca. A vostro parere qual è la responsabilità di impresa?
In tanti (me compreso) la identificano con una responsabilità sociale, ovvero con una serie di doveri nei confronti di gruppi di persone.
Così formulata questa definizione di responsabilità è talmente ampia da comprendere praticamente di tutto. Da una associazione mafiosa ad una Onlus di chierichetti.
Dobbiamo restringere il campo.
Recentemente si è fatta strada la convinzione che la responsabilità sociale sia "l'impegno di un'azienda di comportarsi in modo etico, migliorando la qualità della vita dei lavoratori e delle comunità locali".
Ragazzi, che ridere. Mi sbellico, mi ribalto, mi sganascio! Neanche uno sketch di Zelig è così comico come questa opinione.
Prova ne è il fatto che ogni azienda intende questo comportamento "etico" a modo suo. In Europa lo si interpreta come "tenersi alla larga dai guai", in USA lo si interpreta come "slancio filantropico", in Cina non interessa niente a nessuno.
Risultato? In Europa abbiamo i fallimenti di Parmalat, Cirio e Grecia, tutti con succulento contorno di truffa ai risparmiatori e contabilità truccate. Negli Stati Uniti gli scandali Enron, i titoli immobiliari garantiti da mutui spazzatura e i palloni fatti cucire ai bambini asiatici.
Alla faccia della responsabilità sociale e della esilarante definizione di comportamento etico.


Ma saliamo di tre gradini, eleviamoci. Supponiamo che questi fallimenti decorati da truffe non ci siano mai stati. Supponiamo che tutte le aziende siano noiosamente buone e andiamo a vedere come agiscono per mostrarsi etiche.
Alessandro Manzoni, 200 anni fa, la chiamava carità pelosa.
C'è chi per ogni panino consumato dona del denaro a una fondazione caritatevole. C'è chi per ogni mobile acquistato pianta un albero. C'è chi per ogni deposito bancario aperto effettua una donazione ad una scuola africana.
In questi casi mi sorgono immancabilmente una serie di considerazioni litigiose:
Ma se io non deposito il mio denaro in quella banca, ci saranno bambini lasciati senza istruzione?
E' proprio mio dovere acquistare un mobile orrendo così chi lo costruisce pianterà un abete?
Non sarà che tu azienda mi vuoi far percepire che comprando da te ho la coscienza pulita?
Nel Medio Evo si chiamava vendita delle indulgenze, oggi si chiama ricatto morale.
In tutti i casi io, per non sbagliare, non compro.
Nostro Signore, che di opere caritatevoli se ne intendeva assai, disse "la tua mano destra non sappia cosa fa la sinistra", intendendo che la beneficenza non deve essere nè sbandierata nè elargita dietro pubblicità.
Rudolf Steiner, il fondatore dell'antroposofia fu un pensatore caro al mondo capitalista (diresse la scuola voluta da Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf–Astoria di Stoccarda).
Eppure anche lui compose la novella del buon Gherardo, un mercante ricco e semplice che aiuta in modo naturale chi è in difficoltà, al contrario del suo vescovo che compie il bene per ricevere una meritata ricompensa.


Rimane a questo punto aperta una sola questione: cosa possiamo intendere come responsabilità sociale delle imprese?
Semplice. Incrementare i profitti. 
Ovvero fare quello che sanno fare bene, senza ipocrisie o mezze parole.
L'azienda che aumenta i suoi profitti compie un primo dovere sociale: è in grado di pagare gli stipendi ai propri lavoratori. I quali metteranno in circolo questo denaro acquistando beni o anche soltanto depositandolo in banca. In altre parole, nutriranno l'economia.
L'incremento dei profitti produrrà un incremento di riscossione fiscale (si spera) che andrà a vantaggio della società.
Inoltre più guadagno significa più produzione, più fornitori e quindi trainare altre aziende che potranno vedere i propri utili aumentare in un ciclo virtuoso.
Rimane fuori il problema dell'etica e dell'aiuto verso i meno fortunati. Per fortuna! Deve restare lontano!
Chi fa più profitti sicuramente si troverà in condizione di essere maggiormente di aiuto.
Volontariamente: chi ha più mezzi è invogliato a utilizzarne una parte per gli altri.
Involontariamente: espandendosi e facendo più utili, un'azienda paga più tasse, assume e contribuisce al benessere di altre persone. 
E tutto senza ricattare nessun consumatore.


alessandro.giuriani@gmail.com
Ti è piaciuto? Dillo a un amico!
Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.
                     (Alessandro Bergonzoni - comico e genio)





lunedì 19 dicembre 2011

Marketing di strada n. 2: LONDRA

Ad una esangue robiola preferisco il carnoso taleggio bergamasco.
Ad una ricotta light il muffoso e grasso gorgonzola.
Allo shopping via Internet uno sgargiante mercato all'aperto.
E fino a qui, a parte qualche contestazione dei più accesi, tutti d'accordo.
Ma vi chiedo: nel 2012 conoscete qualcosa di più incredibilmente hippy e affascinante di un negozio di dischi in vinile? 
D'altro canto, vi viene in mente un'attività meno redditizia nel 2012? Proprio quando impazza il file mp3 da 0,99€? 
A Londra, in quella miniera di idee che sono le botteghe indipendenti di Notting Hill, esiste il negozio-di-dischi-Gauguin. Dal nome del pittore impressionista francese che si trsferì in Polinesia.
Io entro a dare un'occhiata!
Piccolissimo, ma non si può fare a meno di entrare. Niente insegna, ma guardate che composizione in vetrina: una capanna tahitiana con il tetto in paglia e le pareti costruite con le copertine di vecchi lp.
Aggiungete scaffali e pareti in legno chiaro lavorati da un falegname dilettante. 
Immaginate il proprietario con la capigliatura alla Keith Richards che beve caffè da un mug gigantesco.
E poi ditemi: non pensate che un disco di Bob Dylan o dei Grateful Dead debba essere acquistato proprio lì?
Dove si respira aria di giro di do, di chitarra e batteria, di canzoni di pace un po' stonate.
Dove persino Lady Gaga si sentirebbe hippy con i pantaloni a zampa di elefante.
Cari esperti di category marketing, di packaging e di store stategies, andate a fare una passeggiata in Portobello Road dal nostro amico Gauguin.
Niente è perfetto, ma tutto è autentico.
Peace and love


alessandro.giuriani@gmail.com
Ti è piaciuto? Dillo a un amico!
Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri
                                                               (Alda Merini)








Street Marketing n. 2: LONDON
I'd rather eat a strong cheddar cheese than a calf milk.
I'd rather shop in a colorful market than on an Internet page.
Do you agree? But let me ask you: do you know something more hippie-fashionable than a vinyl record shop? And can you imagine something less profitable? Right against 0,99€ MP3 downloads?
Let London talk about it. In the crowd of small independent shop near Notting Hill stands Gauguin Records Store. Its name due to the famous French artist who moved to Polinesia in the early '900.
It has a small room, but you can't help entering it. No board outside, but take a look at the window: a straw Tahitian hut with old record-builted walls. Bright wood shelves carved by an amateur, Keith Richards-haired owner and a steaming coffee cup on the table.
Tell me: don't you think that a Bob Dylan record must be bought right here?
Where you breathe acoustic guitar and drums, bell-bottomed trousers and cries of peace songs? Even Lady Gaga would feel hippy and free in Gauguin Record Store.
Dear category managers, packaging teachers, store-strategies experts, take a walk in Portobello Road and visit our friend who sells old records.
Nothing there is perfect, but everything is true. 

martedì 13 dicembre 2011

Baita in titanio vs. Baita di tronchi

Oggi è un giorno di crisi, lo confesso.
Rigore e logica?

All'improvviso, severo come un vigile all'incrocio, mi si para davanti uno stop.
Un dilemma insormontabile: portano più lontano
a) la creatività
b) l'ordine associato alla logica?
Controversia eretica su un blog chiamato Baite nell'Oceano che propaga orgoglioso visioni surreali.
Ma tant'è. Eppur si muove.
Da dove arriva dunque questo fermento galileiano? Da quale empia osservazione nasce il dubbio?
Colpa di un software di geo-marketing.
Di più. Un software tedesco spiegato in una giornata da una formatrice tedesca.
E' stata sfiorata l'ubriachezza da logica. Si sono viste lacrime per la limpidezza dell'esposizione e la chiarezza della struttura.


Pensate per un attimo all'inferno: una giornata di formazione italiana.
Appuntamento alle 9, il formatore arriva alle 9 e 15 mentre gli allievi prendono il caffè e si inizia alle 10 dopo mezz'ora di smanettamenti perchè non partono le slide.
Pranzo dopo due ore a base di carboidrati e grassi, cecagna pomeridiana e insegnamenti trascinati tristemente fino all'oscurità delle 18. Applauso liberatorio finale, anche oggi l'abbiamo scapolata senza lavorare.
Ora abbandonatevi al paradiso: appuntamento alle 9, formatrice che saluta sorridente i convenuti e schermata iniziale già attiva.
Piccolo tubetto di mentine per ogni allievo che favoriscano l'attenzione.
E poi spiegazione breve seguita da un esercizio. Step successivo, seguito da un altro esercizio. Prima di pranzo riepilogo di quanto imparato.
Ripresa dei lavori dopo un'ora, fine 30 minuti prima del previsto e spazio per i commenti.
Siete quasi nell'Empireo: per la beatitudine assoluta contemplate il software teutonico.
La luce della semplicità, la perfezione aristotelica dei passaggi, la dolcezza della struttura saldata perfettamente. Amor che muove il sole e le altre stelle.

A questo punto resto con tutti i miei dubbi iniziali.
Forse che noi italiani esageriamo con la creatività?
Forse che logica e ordine portano più in alto di genio e originalità?
Forse che ci meritiamo uno spread di 500 punti con la Germania?
Forse che nel Rinascimento riuscivamo ad essere rigorosi e creativi insieme?
Forse che oggi persino il design tedesco supera quello italiano?
Vi aspetto, non lasciatemi con questo dilemma.

alessandro.giuriani@gmail.com


L'uomo intelligente trova ridicolo quasi tutto, quello razionale quasi niente.
                                                                                         (Goethe)
Ti è piaciuto? Dillo a un amico!









 

martedì 6 dicembre 2011

Marketing da strada







A un sofficino preferisco un panzerotto di Luini.
Allo spiegone della guida turistica preferisco una Lonely Planet e la mia preparazione personale.
A Word preferisco (ahimè) il mio bloc-notes dove scarabocchio le idee che mi saltano in testa.
Alle teorie di marketing avanzato preferisco il lampo pratico e geniale del Fai da Te.
Esempi? Eccoli! Vi propongo due idee scovate nell’infinito vivaio delle fiere, mercatini e negozi indipendenti.

1.   Lo stand più affollato di tutta la Fiera: circa trecento stand di una fiera natalizia si contendono l’attenzione della folla dallo sguardo bovino. Tutto già visto mille volte: i mandorlati siciliani, gli spazzoloni togli-ragnatele, i salumi umbri e le felpe cinesi. Tutti passano e vanno. Solo un chiosco catalizza l’attenzione, attira giovani e vecchi e fa affari d’oro. Qual è la sua arma segreta?
      L’essenza del marketing: immagine inequivocabile e messaggio breve

OGGI SPIANATE CON LA MORTADELLA

Il richiamo irresistibile

2.   La latteria dove il parcheggio non basta mai: nel giro di 6km una semplice latteria subisce la concorrenza di cinque centri commerciali: due Carrefour, un Iper, un Bennet e un Eurospar. 
      Eppure la mitica baita della latteria Cospalat di Remanzacco è perennemente affollata di clienti. 
      Motivo? Prodotti freschissimi artigianali e coccole vere ad ogni cliente, come qui sotto:

La parete è interamente tappezzata di artisti in erba


Avete anche voi esempi di marketing da strada?
Mandatemeli all'indirizzo alessandro.giuriani@gmail.com, sarò felice di pubblicarli.

Hold your beliefs lightly (trad. non tenere troppo a ciò che credi)
Motto dei membri del British Museum - Londra


PS in questi giorni sono a Londra, il Wi-Fi in hotel è carissimo e quindi sono costretto a limitare i post. Ritorno a pieno regime sabato 10

venerdì 2 dicembre 2011

Bellimbusta Paga

La bellimbusta 




Altro che Internet, cito direttamente dal Dizionario Sinonimi del Cinti. edizione 1979:


Bellimbusto, sm. zerbinotto - ganimede - vagheggino - elegantone


Sfoderate i coltelli, pronti ad attaccare! 
Sto per servirmi di questi aggettivi per screditare la divinità che ogni 27 del mese si manifesta a noi lavoratori: la busta paga. Meglio: la bellimbusta paga.
Tronfia, leziosa e deprimente come Sandra Milo in bikini. 


Capitolo primo: le venerande origini
Essa nasce e si diffonde con lo stesso principio della produzione di massa.
Se un uomo gira una vite in 30 secondi, girerà 120 viti in un'ora e 960 in una giornata lavorativa di otto ore.
La sua opera, incastrata con quella di altri, permetterà di produrre un certo numero di pezzi finiti tutti identici ogni giorno.
La sua retribuzione sarà semplicemente un costo di produzione calcolato in modo che i margini per l'azienda sui prodotti finiti restino accettabili.
La busta paga è la pergamena ufficiale su cui è annotato tale passaggio di denaro dall'impresa al lavoratore.
E' stata una rivoluzione: ha garantito un corrispettivo certo al lavoro e ha permesso di pianificare un futuro basato sulla ricerca della realizzazione personale.
Ma ha scardinato qualcos'altro.


Capitolo secondo: il nobile caos prima delle origini
Cari amanti dello stipendio fisso al 27, delle rate al 10 e dell'aliquota al 39: vi immaginate come doveva essere il mondo prima dei bonifici bancari?
Quando la società era prevalentemente agricola, si lavorava in base ai bisogni ed ai ritmi della terra. Capitava così in estate di avere giornate massacranti da 14-16 ore. 
D'inverno, terminato il raccolto, ci si sollazzava (si fa per dire) in divertentissime giornate brevi, chiusi in casa ad eseguire compiti di manutenzione.
Il contadino era succube di variabili su cui non poteva avere alcun controllo: prime su tutto le condizioni atmosferiche. Ma anche malattie, battaglie, governi.
Da qui i rituali, i proverbi, le usanze identiche tramandate per generazioni: erano tentativi di porre delle regole e dare certezze là dove non ne esistevano.
Di tutto questo patrimonio oggi ci è rimasto il calendario di Frate Indovino appeso sopra ai fornelli. E qualche noiosissima rima sul meteo nei vari mesi dell'anno: aprile non ti scoprire, maggio vai adagio, ecc.


Capitolo terzo: non è tempo per noi (che non ci adeguiamo mai)
Eh sì, gioiamo pure della bellimbusta paga. Ma non ci contiamo troppo, è finta come una vecchia pin-up anni 50.
Guardiamoci intorno: la giornata di otto ore non esiste più.
L'industria e l'enorme manodopera operaia stanno inesorabilmente scomparendo nei nostri paesi.
Non ha senso stare otto ore in ufficio quando PC portatile e cellulare fanno anche di un tavolo di Starbucks la nostra postazione di lavoro.
Può capitare una giornata scarica e un'altra da quindici ore. 
Sta cambiando la percezione del tempo libero: una volta era garantito dopo le 17,30. Oggi è un regalo inaspettato alle 11 del mattino e magari sarà impossibile averne ancora prima delle 9 di sera.
Di nuovo siamo succubi di eventi esterni incontrollabili.
Dobbiamo essere flessibili, pronti ad adeguarci e ad approfittarne. Altrimenti? Sofferenza, frustrazione e stridore di denti.
A pensarci bene, tutto questo non ci ricorda nulla? Ma sì. Campagna. Contadini. Epoca pre-industriale.
Quanti proverbi ed espressioni in gergo aziendale hanno la stessa base dei detti rurali: la ricerca disperata di certezze dove non esistono.


Capitolo quarto: il lancio della fialetta puzzolente
Molliamo la busta paga così come è fatta adesso. Fa ridere persino Monti, che pure non mi sembra un allegrone.
Otto ore. Straordinari. Superminimo. Permessi.
Ma a chi la raccontiamo?
Facciamo ciò che ci viene chiesto, veniamo valutati secondo i risultati e ciò che conta veramente è la qualità di quello che eseguiamo.
Le idee, la novità, l'impulso e la coscienziosità. Questo è il nostro valore.
Non 960 viti al giorno.
E allora via dalla busta paga le voci inutili da vetero-sindacalismo, via gli obblighi da paleo-capitalismo. Dimmi solo quant'è per ciò che ti do.
Cosa diavolo voglio? Un compito, la gestione del mio tempo e una retribuzione.
Semplice e senza formalità ipocrite.
Tu azienda mi chiedi un risultato fattibile. Io lo raggiungo. Tu mi paghi. Sarò io che decido come suddividere le mie ore.
La gestione dei tempi è mia: io sono un agricoltore e tu sei la mia terra.
Otto ore tutte uguali al giorno daranno frutti scarsi. 
Se uso la mia iniziativa da contadino post-industriale prometto un raccolto fantastico.
Grandine permettendo, naturalmente.


Quando l’oste è sull’uscio, l’osteria è vuota.
                                       Proverbio toscano


alessandro.giuriani@gmail.com


ti è piaciuto? dillo a un amico!





martedì 8 novembre 2011

CV: curriculum vero

Troveremmo suggestive le guglie delle Dolomiti con questa forma?

Ci tufferemmo nel mare turchese della Sardegna se si distendesse così davanti agli occhi?


Andremmo al cinema se Spielberg ci proponesse questo film?


E allora come pensiamo di potere collaborare in un'organizzazione quando inviamo un modulo come quello qui sotto?
(informazione di servizio: questo è lo standard per i curriculum vitae da inviare all'Unione Europea).
Come scriveremmo il nostro curriculum se potessimo inventarcelo  liberamente?
Aspetto i vostri curriculum veri (alessandro.giuriani@gmail.com)





Curriculum Vitae Europass
Inserire una fotografia (facoltativo, v. istruzioni)


Informazioni personali

Nome(i) / Cognome(i)
Nome(i) Cognome(i) Facoltativo (v. istruzioni)
Indirizzo(i)
Numero civico, via, codice postale, città, nazione. Facoltativo (v. istruzioni)
Telefono(i)
Facoltativo (v. istruzioni)
Cellulare:
Facoltativo (v. istruzioni)
Fax
Facoltativo (v. istruzioni)
E-mail
Facoltativo (v. istruzioni)


Cittadinanza
Facoltativo (v. istruzioni)


Data di nascita
Facoltativo (v. istruzioni)


Sesso
Facoltativo (v. istruzioni)


Occupazione desiderata/Settore professionale
Facoltativo (v. istruzioni)


Esperienza professionale



Date
Iniziare con le informazioni più recenti ed elencare separatamente ciascun impiego pertinente ricoperto. Facoltativo (v. istruzioni)
Lavoro o posizione ricoperti

Principali attività e responsabilità

Nome e indirizzo del datore di lavoro

Tipo di attività o settore



Istruzione e formazione



Date
Iniziare con le informazioni più recenti ed elencare separatamente ciascun corso frequentato con successo. Facoltativo (v. istruzioni)
Titolo della qualifica rilasciata

Principali tematiche/competenze professionali acquisite

Nome e tipo d'organizzazione erogatrice dell'istruzione e formazione

Livello nella classificazione nazionale o internazionale
Facoltativo (v. istruzioni)


Capacità e competenze personali



Madrelingua(e)
Precisare madrelingua(e)


Altra(e) lingua(e)

Autovalutazione

Comprensione
Parlato
Scritto
Livello europeo (*)

Ascolto
Lettura
Interazione orale
Produzione orale

Lingua











Lingua














Capacità e competenze sociali
Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. (facoltativo, v. istruzioni)


Capacità e competenze organizzative
Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. (facoltativo, v. istruzioni)


Capacità e competenze tecniche
Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. (facoltativo, v. istruzioni)


Capacità e competenze informatiche
Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. (facoltativo, v. istruzioni)


Capacità e competenze artistiche
Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. (facoltativo, v. istruzioni)


Altre capacità e competenze
Descrivere tali competenze e indicare dove sono state acquisite. (facoltativo, v. istruzioni)



Patente
Indicare la(e) patente(i) di cui siete titolari precisandone la categoria. (facoltativo, v. istruzioni)


Ulteriori informazioni
Inserire qui ogni altra informazione utile, ad esempio persone di riferimento, referenze, ecc. (facoltativo, v. istruzioni)


Allegati
Enumerare gli allegati al CV. (facoltativo, v. istruzioni)



Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 "Codice in materia di protezione dei dati personali". (facoltativo, v. istruzioni)